lunedì 12 febbraio 2024

Notte

 


Vivere, impregnare il tempo e dipingerlo di realtà miste. 

Le dita che toccano la tela,

mi illudono di sfondi per ritrovarmi in mete che non sono mai state corrisposte. 

Ti ho incontrata per strada, camminato insieme e ti ho persa, Mi chiedo se ti ho mai sfiorata, se in quella strada ci sei mai stata.

La bugia ha il sapore dell'egoismo. Di chi però? Di quale realtà?

Pensavo di esserci sempre stato, credevo di aver sempre scalato. 

Qualsiasi cosa ora si annienta, le vette crollano, quello costruito diventa notte. 

Non buio. 

Notte.

Continua così la speranza di vedere un bagliore da raggiungere, un sollievo, in una notte non definita,

o nel sorgere del giorno.

sabato 28 gennaio 2023

Piangere e cantare


Per me è una cosa impossibile, o piango o canto. Ma come si arriva a piangere mentre si canta?

Alcune volte qualche allieva mi aveva confidato che le capitava di dover sentire la necessità di piangere mentre cantava, a una in particolare capitava spesso. 

Cantare, stiamo parlando di un modo di esprimersi che tocca l’anima, da non sminuire. Si cantano parole, che si dilatano in melodie e sono molte volte accompagnate da note che creano una sacca di emozioni lacrimose. 

Se devo dire la verità ammiro quelle persone che riescono a piangere senza farsi venire il magone che blocca la voce, non è il mio caso.

A me è successo in maniera plateale una volta nel 2005, in maniera più drammatica nel 2023… e sempre “per la stessa persona”. Questa cosa è incredibile se ci penso, sinceramente non so se rivolgere queste parole in seconda o terza persona. Quindi farò un pò e un pò, a sentimento. 

Essendo sempre abbastanza professionale, piangere e smettere di cantare non è sicuramente tra le mie abitudini, meglio non piangere mi dico. 

Nel 2005 ruppi una non troppo lunga relazione con una persona che ha rappresentato per me la prima volta per diverse cose, ruppe lei. Era più grande di me di un anno, laureanda in psicologia, io insegnavo un poco canto e cantavo in giro. 

Quel giorno era ancora inverno, ma il sole scaldava la mia auto, una Ford Festa Techno, dal colore orribile: viola melanzana.

Mi dicesti che non eri fatta per le relazioni, ti stancavi, eri fatta così e volevi rompere. Ci soffrii, era quel periodo dove il dolore te lo trascini dentro in mezzo alle riflessioni cercando un motivo o una responsabilità, ma non sai nemmeno bene perché ci si attacca a questa dipendenza “affettiva”, ero troppo acerbo, semplicemente non c’era più interesse e non riuscivo ad accettarlo. Nel weekend durante un mio live in acustico in un pub di Pula, il Madrigal, Gino, il chitarrista che suonava con me, iniziò l’arpeggio di 3 minuti dei Negramaro. Ho iniziato a cantare penso una strofa, e nel ritornello sono scoppiato a piangere, la sala che prima era un chiacchiericcio non troppo rumoroso si è zittita, ho dovuto attraversare tutta la sala per nascondermi in bagno, ho buttato giù le ultime lacrime, mi sono lavato la faccia e mi sono rimesso al mio posto, ho saltato quel brano e sono andato avanti. Non mi era mai successo prima. 

Andando avanti con gli anni altre volte sono stato lì lì per cedere: quando ho scritto Overjoyed per Riccardo, alla presentazione del disco dei De’Stop, mentre Vincenzo raccontava la canzone per lui.

Quando ogni volta che devo fare The Show Must Go On, dedico la mia voce a Nassio, che se n’è andato silenziosamente, lasciando molto rumore tra le persone che lo conoscevano. 

Quando a vedermi venne a sorpresa Alessandra.

Quando all’ultima serata dedicata ad Alessio, mi sono voltato e lui era lì che suonava la batteria e poco ci mancava che mi si spezzasse la voce.

E poi tu di nuovo, il giorno del tuo “ultimo saluto” è stato un limbo. Due anni prima mi avevi chiesto di cantarti Hallelujah il giorno del tuo funerale, volevi farmelo promettere, ti avevo risposto in tutta sincerità che non ci sarei mai riuscito e non l’avrei mai fatto. Ci manca solo che piango mentre canto davanti ad un giorno così triste, a persone tristi per te e chissà poi quante altre mi avrebbero seguito, ti dissi. Non ne saresti rimasta felice. Ma te l’ho cantata ogni volta che ho potuto da quel giorno, per farmi perdonare, per farti felice anche se non so come.

Il 7 gennaio avevo il tuo saluto e un live la sera… 

andava tutto bene, ma poi ho iniziato a cantare Destinazione Paradiso. Quelle parole raccontano qualcosa che mi hanno riportato a lei, che non c’era più e a tutte le prime volte. Ho pensato che la prima volta che ho fatto l’amore è stata con lei, il primo bicchiere di Korem, il primo culurgiones fritto. Quando ci siamo separati la prima volta, scrissi una canzone, si intitolava come il tuo libro preferito. La cosa stupefacente fu che scrissi la musica e il testo, la feci tutta io, per la prima volta, ed è tra le mie canzoni più ascoltate. Hai scoperto che avevo fatto questo brano solo 17 anni dopo quando ci siamo rivisti per un caffè. Sentendola mi avevi detto che ti dispiaceva avermi fatto soffrire, ma ti risposi che in realtà avevi dato luce a una cosa straordinaria, avevi tirato fuori in me un potenziale espressivo, artistico, hai fatto di me un’artista.

Tutte queste prime volte mi hanno bloccato, mi sono dovuto fermare a metà canzone, trattenere il magone, non capire più dove fossi, mettere in difficoltà i musicisti, riprendere a cantare, a non riuscirci, a spingere la voce affinché non si bloccasse, ad arrabbiarmi con me stesso, inutilmente. Se devo piangere, devo farlo.

Alla fine ci sei riuscita, mi hai fatto piangere di nuovo mentre cantavo. Solo per te, solo con te. Mi sono decisamente imbarazzato in quel momento, al di là del fatto che l’ho cantata malissimo e le persone non hanno capito perché fossi in difficoltà...ti dedico il mio blocco, le mie lacrime, i miei ricordi, Hallelujah e Destinazione Paradiso. Ti dedico parte di quello che sono. 

Cantare è un’espressione importante per comunicare, sopratutto per chi non ne ha molte altre. Sentitevi liberi e nudi almeno così.




mercoledì 12 gennaio 2022

Aspettando l'alba


Questa l’ho scritta per me, l’ho scritta la mattina dopo, mentre aspettavo l’alba, mentre era appena passata la notte, una di quelle. 

E poi per quelle persone che come me si sono fatte rincorrere per un bel po’ dal passato, che hanno pensato alle scelte sbagliate e magari ci pensano ancora. 

Il passato c’è, ma non corre mica, deve restare indietro. 

Costruisco da adesso, quello che conta è ora.



A volte  mi capita di dover rinascere. Succede quando le cose che stavano ormai indietro si portano avanti. Sembra mettano tutto fuori posto. L’alba è il momento che rimette le cose che si sono spostate al loro posto. 

Qualche notte capita che le cose che stavano indietro facciano di tutto per portarsi avanti. Sembra che lo sappiano che mi sono già adoperato per fare ordine, ma la notte è lunga. È una battaglia sanguinosa, tutte le cose che stavano indietro si portano avanti: sbagli,  scelte, incontri evitabili, quelli mai vissuti,  verità mai dette,  rimpianti, sensi di colpa.

Nel caos, non fai caso che quella è semplicemente la vita di ciascuno. A volte pesa un po’ di più, altre meno e le cose che sono avanti sembrano contare poco: le vittorie, le soddisfazioni quello ho ricostruito. 

Sembra di stare sempre in mezzo alla guerra, sempre sul filo della sconfitta. 

Poi arriva l’alba, arriva sempre. 

Entrambe le frontiere si fermano e capiscono che giocano dalla stessa parte. L’alba arriva e ti fa capire che puoi fermarti.

Ti dice: Basta, sei qui, adesso.

venerdì 31 dicembre 2021

Le carezze perse



Sale il mare che non lo riconosci più,

sale il mare che con la quiete non ha a che fare,

ma è lui il tuo vestito più bello, 

te lo vorrei dire sempre,

delinea la tua pelle e segna i miei incubi.

Me lo ricordo ogni tuo respiro su quel tramonto

che ancora non tramonta.

Ti lasci cullare sul mio mare agitato,

mare mare ma che voglia di annegare.


Quante carezze abbiamo perso

per far affiorare troppa voce di noi,

ricordo gli specchi fatti a pezzi pur di non guardare, 

era meglio sanguinare. 

Vorrei imparare a spegnere la luce.

Vorrei restare al buio. 

Invece mi lasci a luce bassa,

che quasi divento cieco, 

ti vedo ma non ci sei.

Quasi divento cieco.

giovedì 16 dicembre 2021

Forzare le cose

 Quante volte abbiamo forzato una conversazione, un desiderio personale che coinvolgesse un’altra persona, come doverla rivedere, quante volte abbiamo insistito… specialmente noi maschietti. La maggior parte delle volte è stato fatto pensando magari anche con la testa dell’altra .... Tipo: “fidati, ci penso io a te”.       O quante volte abbiamo portato avanti relazioni che rimanevano online, su whatsapp, mai chiare, sempre in bilico. Ma non ti sei rotto i coglioni? È vero che queste storie a volte possono funzionare da balsamo, da crema corpo, una specie di coccola, il punto è che questa situazione in genere si sviluppa sempre da parte delle donne, sono sempre quelle più lente a ripartire dopo una relazione finita, e tu servi un pò da coccola a distanza, così non c’è pericolo di danno per loro e ti tengono lì in bilico, per il proprio comodo, aspettando semplicemente che tu ti rompa le palle, nel frattempo si saranno coccolate abbastanza con te e magari altri due senza aver promesso nulla. Secondo me fanno bene, chi glielo fa fare di rimettere in gioco subito coinvolgimenti intensi, sono stanche, vogliono distrarsi, e tu sei magari bravo, perchè la corteggi, la fai sentire desiderata e riprende un pò di colore. Sei come quei post motivatori su insta, una specie di sveglia la mattina che da il buongiorno, se hai una bella voce, il messaggio vocale le basterà pure per mezza giornata o più. Il punto è che fanno bene. L’altro punto è che noi vorremmo un contatto diverso da quello tipico virtuale, io ho bisogno di occhi, di vedere come muovi le mani quando sei con me, farti rubare dei sorrisi, farti ridere, io mi alimento di questo, di un contatto in 3D e 4D, di un profumo, ho bisogno di forzare un silenzio, altre volte di non farlo. Quando capisco l’andazzo lo dico sempre: Non amo i rapporti online, whatsapp, mi annoiano, non hanno senso per me dopo poco. Per gli uomini normali con la testa quando una persona è interessante ma vede che non è reciproco l’interesse sentimentale e sessuale, semplicemente si devia in una conoscenza di vita mondana, di bevute o karaoke altrimenti si interrompe lì.. Un altro punto è che magari alla donna non interessa questo perchè è spaventata, o perchè non ha fiducia ed è troppo presto.

 Vi racconto una storia comune a tante amiche: Simona (i nomi sono di fantasia), mia coetanea, esce con Andrea che conosce e che vede a lavoro, lui le chiede di vedersi per una pizza a casa, Simona accetta, ma mette le mani avanti e specifica con gentilezza che sarebbe solo un incontro di compagnia senza secondi fini. Semplicemente Simona voleva provare ad uscire dalla routine lavorativa e passare una serata in compagnia e farsi 4 chiacchiere in alternativa a passare la serata da sola.  Arriva a casa di Andrea verso le 20, senza trucco, ne vestiti particolari proprio a non voler dare nessunissime tipo di stimolo, si mangiano la pizza, chiacchierano senza troppo entusiasmo, alle 23 Simona leva le tende e ritorna a casa. Serata noiosa, ma diciamo che lo sforzo sociale  era stato fatto. Il giorno dopo Andrea messaggia nuovamente con Simona, dicendo che era a letto, di andare a casa sua che aveva una certa voglia, a parte il “vieni a casa” … chi cazzo sei per farmi correre a casa tua che il giorno prima me ne sono andata sbadigliando…  comunque Simona che è una ragazza gentile risponde semplicemente con : No! Ma ti stai rincoglionendo?  Ma niente, Andrea va dritto per la sua strada, come un caterpillar gigante, non vede, non sente, non esiste nulla se non il suo cazzo. E ricco di poesia le svela che ad un certo punto. Ieri sera, le avrebbe messo il … cosetto lì, e cosa avrebbe fatto in quel momento se fosse successo? Chiede a simona… A me da uomo fa un pò ridere, ma solo all’inizio… perchè 1) aveva messo le mani avanti, quindi già all’inizio non avevi possibilità, 2) la serata è stata noiosa e senza empatia… e tu mi arrivi a gamba tesa così dal nulla. Ovviamente Andrea è scemo e non lo sa, nemmeno una scimmia è così cretina, e pure la scimmia ha il moncherino tra le gambe. Spostiamo l’attenzione alla persona più importante della storia: Simona. Giustamente, un pò per ingenuità e intelligenza si arrabbia, la fase successiva è stata di pianto. Quello che Andrea ha fatto si chiama Violenza. Potrei definire questo aborto di uomo in milioni di sinonimi offensivi, ma di fatto è solo violenza e questo basta. E lui è solo un cazzo di caso. Ritengo che certe cose si possano ovviamente dire, quando c’è una complicità , un tipo di relazione condivisa, posso pure dire ti piscio in bocca che se è una cosa condivisa tra le persone è ovviamente affar loro, va benissimo, il confine si decide in due. Quante di voi dopo aver murato un tipo visto una sola volta, o sentito via social , vi ha mandato una foto del proprio pene? Come a dire: ok, ho provato a fare il carino, ma adesso facciamo sul serio, ti incanto con il mio pitone. Ma sei scemo? Siete malati cazzo. Io da uomo mi sento umiliato dalla categoria e capisco benissimo la diffidenza di molte ragazze.  Io e simona da ragazzi siamo stati insieme un pò di mesi, abbiamo un bel ricordo l’uno dell’altra che siamo rimasti amici, negli anni poi ci siamo rivisti, per parlare di noi, ridere insieme, è successo che ci siamo anche ribaciati due volte negli anni, si. Baciati. E basta. E ritorniamo a discorso di non forzare mai le cose, se si deve andare oltre lo sai, lo sai perchè ascolti te stesso che sa quello che vuole, ma ascolti sopratutto l’altra, e viceversa. Molte volte è successo anche il contrario, cioè che la donna era così sicura del fatto che se una donna vuole dartela tu ricambierai. E no! Non è così, un buco non vale l’altro. A volte si addita una persona che si presume abbia avuto molte relazioni con come una persona poco seria, e si da per scontato che si faccia chiunque, ma la realtà è che ci si sceglie, nel mio caso, per le mia esperienza, mi è capitato diverse volte di aver detto di no. Non sono mica un vibratore… Ma la seduzione, gli occhi, il contatto, il cuore che accelera, quella sensazione di caldo tra pelle e pelle e quella timida voglia di sfiorarsi, quella è un’altra storia, perchè è condivisa.


mercoledì 15 dicembre 2021

Trovare qualcuno che ti aspetta all’aeroporto


Saranno più di 2 anni che non parto in aereo, in genere sempre per lavoro e stavolta la prima a Torino, non per i parenti, non per vacanza, ma appunto per fare quello che adesso mi vien meglio. 
Verrà a prendermi Ally, una collega, cantante straordinaria e amica, un’amica per lo più a distanza, lei è di Torino. Secondo me è bellissimo trovare qualcuno in una città X che ha voglia di rivederti e che ti viene a prendere. Non sono una persona con un carattere prevedibile, ho più umori, a volte sono affettuoso, altre non ci sono, sono fatto così, chi mi conosce lo sa, prendere o lasciare, se ci prendiamo però, sarò con te debitore, perché capisco che per avere voglia di starmi ancora appresso sei ad un livello alto, di qualcosa che non mi spiego, ma sei nella mia top list anche se non te lo faccio sempre notare.
Qualche anno fa si riaffacciò l’ombra di uno stress molto pesante, un pò accarezzava il limite della depressione, una sensazione che mi accompagnò silenziosamente per qualche anno circa 20 anni fa, solo che lì non me ne resi conto, arrivò e annientò tutto dalla mia vista, ma non voglio parlare di questo adesso, lo farò in un’altra storia. Quindi qualche anno fa, nel mio umore bussò quella figura nera che avevo già incontrato, solo che in quel momento avvertii la sensazione, la sentii arrivare, mi spaventai un pò, avevo attacchi di pianto improvvisi, collassi di umore, voglia di urlare. Volevo stare solo, ma non dovevo stare solo. La mia fortuna è stata l’obbligo lavorativo, facevo concerti che mi portavano via per un po’ e mi facevano rivedere persone, l’obbligo della socialità in questo caso è stato un bene. Quando sei in uno stato simile hai una sensibilità disarmante, è come non avere la pelle e che qualsiasi cosa può ferirti, è come avere ustioni in tutto il corpo e l’unico modo per non sentire dolore è stare immobile, non respirare. Sei sempre pronto a esplodere. Siccome la prima volta l’ombra nera mi aveva inculato per bene, stavolta sfruttai la sensibilità per esprimere senza paura il mio malessere quando percepivo vicino una persona interessata a me, a volermi bene, glielo dicevo. Tra queste c’è stata Francy, che quando iniziai a parlare con molta naturalezza del fatto che non stessi bene, prima di un concerto in un locale, ricordo che mentre pronunciavo il malessere, i miei occhi iniziarono a gonfiarsi pronti ad esplodere, respirai, trattenni, e mi rilassai. Si preoccupò, cercandomi al telefono e facendomi capire che era lì. 

Un po’ mi odia, ho sempre il mio solito mood ci sono e non ci sono, ma sotto sotto mi vuole sempre un gran bene. Un’altra persona alla quale sento di dover molto di quel momento è stata Mary, siamo lontani anni luce, due mondi diversi, non le dissi molto, ma capì tanto che mi cercò spesso, fino ad invitarmi a casa sua la notte del 24 di dicembre, fu un gesto molto importante. 

Tutto questo per dire che non posso non amare le persone che mi amano "gratis", anche se sono schivo, dimentico di rispondere ai messaggi, pacco gli impegni, rispondo a monosillabi, o “non ti fai mai sentire”, ( io questo non lo posso spiegare), ma così, senza un apparente motivo, sapere che in molte città potrebbe esserci una Ally ad aspettarmi, una Francy o Mary a sostenermi senza pretendere risposte, riduce sicuramente la mia ombra, è lì, non va via , ma lo so e per il momento rimane piccola e va bene così, perché la posso sempre controllare.

Forse qualcosa di buono per meritarmi queste attenzioni l’ho fatta e non posso non ringraziare l'avere molte amiche donne che sono la carezza della vita. Almeno della mia.


martedì 13 aprile 2021

C'è stato un momento che ho pensato mi avresti baciata.

Potrei vantarmi di questa frase, ad un uomo, che non si ritiene bello, riempie l'ego o rinforza.

Ma sarà che non è la prima volta che me la dicono, sarà che l'incontro tra le persone è generato da diverse cose, sarà che mi piace stare attento e che non vivo solo di luce mia (se poi ha mai avuto senso questa frase). Dopo qualche volta che me la sento dire inizio a pensare a quella frase da dentro. 

Penso alle donne, che sono così belle nel loro essere, sopratutto nel loro inizio, dove l'uomo caccia e la donna è preda (finge). In un incontro tra persone per lo più normali, raramente la donna è preda, è un gioco, il più delle volte le piace far finta di essere preda. Parlo di quel momento iniziale, dove si esce, si parla, ci si odora, ci si tocca, assapora, ci si bacia, ci si lecca. Magari si fa sesso... forse ci avevi già pensato, però dirlo così pare brutto, e poi il bello dove stà? 

Ti senti dire “ non me l'aspettavo ci siamo visti oggi, non mi era mai capitato” e mi sento quasi in dovere di dire che è così anche per me, magari era la terza, la quinta, la settima volta che capitava alla prima uscita. E forse anche dall'altra parte era solo una giustificazione per difendersi dall'effetto “BOOM” di quel momento, perchè siamo tutti brave persone, persone pulite, siamo tutte persone uniche, ci piace crederlo o è così? Io non mi sento speciale, non lo sono per chiunque. Non lo voglio più essere, è faticoso, è stupido. Ma posso fare finta, dentro di me so a quale peso posso dare la vita, dare il respiro, dare i miei errori, sopratutto quelli. 

Però forse non voglio parlare di questo.

Forse vorrei spezzare una lancia in favore delle prime volte che non ti aspetti.

Perchè forse?

Mi piace conoscere persone nuove, quelle che mi sembrano interessanti. Può succedere a cena, mi piace mangiare mentre ci si incontra, bere del vino rosso, cascare nel tranello della bellezza e illusione del primo incontro, qualche volta incontro la stessa persona dentro più persone, altre vorrei incontrare la stessa persona in tutta quella gente. Ma non vorrei parlare neanche di questo adesso, forse più in là. 

Con l'esperienza ho imparato a conoscere e ad ascoltare le mie sensazioni, quindi mi rendo subito conto, o quasi, se chi ho davanti vorrei rivederla. In caso contrario cerco di non cedere alla tentazione del letto facile, sopratutto quando le aspettative e fragilità sono diverse e ben esposte. 

“Ho pensato mi avresti baciata”... 

Perchè? Perchè siamo stati bene un paio di ore? Perchè pensi che una serata con me debba essere così? Non sto facendo la morale, è un'analisi. Quando voglio fare sesso lo faccio capire. Quando ci si vuole baciare si sente. Si crea una sorta di tensione elettrica, un attimo di silenzio, un attimo di contatto, un momento di apnea. Per un momento sono sull'Apollo 13 senza gravità e mi batte il cuore forte e veloce che mi vergogno poi quando vengo abbracciato, perchè si sente. 

Quando vuoi fare sesso ti dimentichi del bacio, non ti rimane.


Sembra esagerato, ma voglio essere schietto: Quel punto dove due persone sentono di volersi baciare te lo ricordi? E intendo se mai hai sentito veramente che l'altro avesse la tua stessa voglia, quella voglia di quando avevi 15/19 anni che ancora te lo ricordi (facciamo degli anni 90/2000), dopo era come aver baciato un muro al peperoncino per ore e avevi le labbra come due wurstel. E si che te lo ricordi, quel momento dove ti sentivi il dio del bacio e che quello scambio di saliva e liquidi interni era la sensazione che ti faceva girare la testa fino al giorno dopo, che ancora sentivi il profumo della sua bocca sulla tua, l'odore del suo shampoo tra le dita, tra i vestiti... tra le gambe. 

“Ho pensato mi avresti baciata!” … No piccola, avresti voluti che ti baciassi... 

La verità è questa, ed è diversa. E sai perchè?

Perchè la maggior parte delle donne sogna. Sogna ininterrottamente... anche egoisticamente, ci mettono poco a farti passare per stronzo a quel punto, anche quando fanno la scena di quelle super free che potrebbero farsi chi vogliono, che tanto è il momento per divertirsi. No.

Le donne sognano... Non sono come gli uomini, e parlo sempre di maggioranze. 

Fingiamo entrambi i sessi, per motivi diversi, forse più cresciamo più fingiamo, forse più scopriamo noi stessi, i nostri difetti, che ci sembrano orribili, sfigati e che ci sono già sembrati inaccettabili, che ci sentiamo in dovere di fingere a noi stessi e agli altri. 

È la voglia di essere accettati che ci porta a fingere e a rigirare le impressioni. 

“credevo mi baciassi” … io non ne ho mai avuto intenzione:

avresti voluto ti baciassi, perchè hai voglia di un sogno, breve o no... 


lunedì 11 gennaio 2021

"Se"

 Lotta e rinnovati per quello che hai costruito,


per quello che nessuno ti ha regalato,

per quello in cui hai creduto

e non cadere sul "forse era meglio se facevo..."

A cosa serve buttarsi nei "se

e rinnegare quello che ti ha dato la forza di costruire?

O ripensare alle situazioni di comodo

che hai voluto evitare in passato!

Se sono state evitate consapevolmente

forse si aveva ragione.







mercoledì 11 novembre 2020

Uccidere i sognatori


Se togliete le passioni, uccidete i sogni, 
i sogni sono dei sognatori,
i sognatori sono quelli che portano altri a sognare, 
i sognatori creano da dentro senza un secondo fine. 
I sognatori sono quei bambini, quelli con i sorrisi, 
che quando crescono restano bambini 
e ti ricordano che anche tu 
sei stato un bambino con i sogni
... e il cuore respira,
il tuo sorriso torna quello di allora, 
per un attimo ti accorgi che vivi, non che sopravvivi. 
Io voglio continuare a essere uno dei motivi di quel sorriso, 
uno dei motivi di quel sogno.
Parole da chi sogna.




lunedì 17 agosto 2020

Questione di prospettiva

 La mia prospettiva nei confronti dell’innamoramento è cambiata relativamente da poco. Prima mi innamoravo, volevo farlo. Quindi subentrava una certa percentualità, alta, di irresponsabilità. Una sorta di kamikaze giapponese della seconda guerra mondiale: in picchiata! 

Un po’ come dire che se mi piaci, ci dobbiamo innamorare, quindi chiudo un occhio lì e mollo un po’ le sensazioni negative. 

Cercavo di non riflettere sul fatto che venivo attratto sempre da una tipologia di donna con dei lineamenti caratteriali non proprio fluidi ai miei. Quindi cosa succedeva? si cadeva, si cadeva male.

Mi attaccavo a una mia logica, per cercare di mettere una pezza in una bacinella che in realtà nascondeva ben altri buchi che prima o poi si sarebbero aperti, magari tutti insieme (probabilmente perché i buchi ad un certo punto erano tutti miei).

È un volersi male, un non lasciarsi andare, trattenere l’idea di fallire. 

In amore non c’è fallimento, si cresce e si lascia andare. La “convivenza” è un accettarsi, là dove si può, ma non per forza, dove l’armonia e la complicità fanno da madre terra, da casa, da equilibrio. Quando si litiga, sai che è un litigio, che ti incazzi e che domani o dopo hai già fatto pace, a volte basta una boccata d’aria e una stretta di mignolo. Si sa, sono dinamiche che hanno bisogno del loro tempo per essere capite.

Spesso il problema di quando chiudi una storia è che  senti che stai solo. Vero? Magari accade solo da una parte dei due ... non hai più quelle chiamate, quelle domande, quelle attenzioni e confronti. Non ci si dovrebbe sentire così abbandonati, perché noi ci dovremmo bastare... così si dice.

Bè anche quello è “amore”, ci si lega in una routine di “confort” sana, che ti culla, ti da una sicurezza, ti supporta e che di botto o lentamente si allenta. E lo senti, come due mani che mollano piano la presa, magari uno dei due si volta di spalle e tu lo senti. E dopo un po’ molli anche tu, distratto, con le braccia ancora un po’ tese per poi ritirarle del tutto.


Però...dopotutto...l’importante è avere ancora un orizzonte da guardare e da camminare.

martedì 7 aprile 2020

The Night We Met

L’artista. È una parola così semplice che faccio realmente fatica a dargli una collocazione semplice. L’artista ai tempi nostri è colui che fa parte di un settore artistico che ricrea arte (un ballerino che ricrea delle performance, magari non sue. Un orchestra che esegue i brani di Mozart. I musicisti che fanno cover).
Oppure sei artista quando crei tu. Mah...
Nella nostra era tra vedere e non vedere (e guadagnare qualcosa in più e per far mangiare anche l’anima) è meglio avere entrambe le forme forse.
In qualche modo si deve vomitare qualcosa di noi senza per forza ferire qualcuno o noi stessi.
Si potrebbe definire l’arte del vomitare. Credo di averla imparata.
Che è quel momento dove prendi contatto nuovamente con il tuo silenzio e che un po’ non te ne accorgi ...e piano piano inizi a vedere oltre quello che i tuoi occhi vedono. Ricordo quando è successo. Ero a Seattle nel 2013, era passato quasi il primo mese e avevo finito i miei lavori come vocal coach, ma avevo deciso di restare altri due mesi lì, con un inglese impossibile da usare per lunghe conversazioni e molto tempo libero da passare in città. È stato un po’ come passare dallo stato di vegetale a qualche altro stato più cosciente. E quindi dopo un po’ che sei seduto sul pontile del porto di Seattle (“sitting on the dock of the bay 🎶...) magari arriva la domanda: ma dove cazzo ero prima? E perché ?
Intanto il mondo gira, il tempo passa, la vita scorre. Ci si tocca, ci sbattiamo addosso per sanguinare, ci stringiamo forte per farci male, poi dopo nemmeno ci sfioriamo più, non ci vediamo più, o riconosciamo più.
Cosa c’entra l’artista? (Lo so, sono disordinato).
È bello scrivere, ogni tanto io lo faccio. Scrivo storie, storie vere, le mie, anche canzoni, che ho vomitato effettivamente. Però è bello quando il destino ti insegue, o quando il caso vuole dirti che giusto il caso non esiste.
Una canzone distrattamente passava alla radio qualche anno fa, io nemmeno la ricordavo, una canzone che ha segnato i ricordi di un momento non proprio felice, quella canzone mi è stata “assegnata” sempre per caso, un po’ come testimone di quel momento. Il caso ha voluto ricordarmi che quando decidiamo di vivere di arte, il più delle volte dobbiamo rappresentare o essere i testimoni di storie che magari sono anche le nostre, che forse non ci hanno ancora lasciato o forse non lo faranno mai, ma va bene anche così. Oppure ci stanno lasciando in quel momento, il momento di quando capisci che hai finito di vomitare.
https://www.youtube.com/watch?v=3Li9B6dyu8g&t=20s

mercoledì 1 gennaio 2020

Quando si spengono i sorrisi

Si spengono i sorrisi
Quando non sopporti una persona
Perché sai che ha qualcosa che vorresti

Si spengono i sorrisi
Quando il posto più bello del mondo
È il posto dove non vorresti stare

Si spengono i sorrisi
Quando mi volti le spalle dopo le feste
E sai che non hai ancora le palle

Si spengono i sorrisi
Quando l’amore resta un’altare
Di idee vissute virtualmente

Si spengono i sorrisi
Quando l’amicizia è un giro 
Sulle maschere del giorno 

Si spengono i sorrisi
Quando i ricordi più belli
Sono le catene del tuo presente

Si spengono i sorrisi
Quando sai che andremo via tutti
E questo è l’unico tempo che abbiamo 

Per sprecarlo odiandoci.

domenica 22 dicembre 2019

Come la musica sott'acqua

Ci sono 3 momenti dove riesco a vivermi la passione per la musica.
Il primo è quando metto la musica che mi fa ascoltare le parole, che mi disegna dentro qualcosa che ho conosciuto o qualcosa che vorrei fosse così come lo sento. Metto play, spingo un pò le basse frequenze dal mixer, mi metto la faccia di fronte alle casse e chiudo e apro gli occhi. Sento come un blocco emotivo che mi accorcia il respiro e nel mentre la musica disegna, disegna, e disegna ancora. Qualche volta disegna il dolore, altre volte disegna la bellezza. Mi rende umano.
Qualche volta odio la musica. 
La seconda è bellissima.
Capita durante i concerti un momento dove realizzo che tutti quegli strumenti rumorosi tessono strutture armoniche e melodiche, creando un supporto l’uno con gli altri dove potersi immergere. Un legame. La musica quando si esprime in me perde i confini fisici e non succede spesso. Quando sento questo mi volto dai miei compagni mentre suonano e li guardo ad uno ad uno e penso di sentirmi in mezzo a questa densità astratta, che sono un elemento musicale e quello è il momento più felice dove godo di questo scambio. La musica è uno scambio, non la considero la mia vita. Come potrei?! Fa parte della mia vita, non salva vite. Leggo spesso e sento spesso dire: la musica per me è tutto, la musica è la mia vita. Dirò una cosa presuntuosa, ma non ci credo, sono parole superficiali. Se proprio devo dirla tutta, la musica ha la capacità di renderti molto triste, tutt’altro che salvarti. No? Di affondare la lama dove non dovrebbe, magari si è pure consapevoli di questo e lo ricerchiamo. Ho avuto un amico che ha fatto della musica la sua culla per la sua morte. La musica fa parte della mia vita, una bellissima parte, perché mi ha dato amici, colleghi, momenti di scambio, un lavoro, immagini e parole e molte gratificazioni. La musica fa parte di noi, ma non è tutto. Lo penso fermamente. Muove, muove tanta roba, ma mi prendo la responsabilità di affermare che a salvarmi sono sempre stato io, non l’ho fatto pensando alla musica, ti assicuro che è l’ultima cosa che pensi, se ti ricordi a cosa hai pensato.
Il terzo.
Sono all’ultima canzone, non ho più le parole da cantare stasera, per stanotte ho finito la mia voce per voi, per te, penso.
 Lascio spazio ai musicisti che eseguono gli ultimi colpi per arrivare alla chiusura. Anche quello è un momento particolare, è un mix tra il primo e il secondo momento. 
Il primo perché è finito, dovrò “scendere dal mio piedistallo” di sicurezza e serenità e affrontare il mondo che mi circonda, che magari mi stima, quello che non mi sopporta, che spegne il sorriso non appena mi volto, quella parte che vorrebbe qualcosa di più, parole, voce, contatto, il mondo dei pensieri buoni o cattivi. 
Il secondo perché è divertente, suono con belle persone, spesso capita di fare la musica di quando ero piccolo, i miei musicisti sono quasi sempre dei professionisti e mi sento fortunato. 
Quando si arriva quasi alla fine qualche volta mi abbasso sulle ginocchia o mi siedo. In genere uso delle cuffie (in-ear monitor) per sentire tutto quello che succede nel palco, sono molto isolanti e quando mi abbasso butto giù l’adrenalina, perchè alla fine cerco di dare tutto, vorrei essere stremato, sudato, voglio essere stanco. 
Aspetto che il cuore abbassi il suo battito e sposto il cursore del volume della mia cuffia a zero. Non sento quasi più nulla. Non importa quanta gente ci sia, ma è tutto sordo, l'unico suono che si sente è quello della batteria come se fosse chiusa dentro 100 scatole. Mi piace quella sordità, isola. Puoi guardare tutto e tutti come se fosse tutto in silenzio o sott’acqua, il mondo fuori ride, si muove, parla, sbatte le mani, io non sento quasi nulla, ma sento me in mezzo a tutti. 



mercoledì 18 dicembre 2019

Profondo Blue

Mi piace molto stare in nave, sarà che mi piace guardare come vive il mare. 
Mi ricordo che da piccolo piccolo quando vivevo ancora a Castiadas, in casa avevamo un’enciclopedia della vita nel mondo degli oceani, credo di mio padre, amante del mare e della pesca. Non so quante volte io abbia aperto da solo quei tomi veramente pesanti per un bambino di 5 anni, pagine grosse senza pensare al risparmio, erano senza dubbio degli anni 70.
Quando sfogliavo quei pezzi di carta spessa, si apriva anche il profumo di quei vecchi grossi fogli. Il colore che persisteva in tutte le pagine era il blue profondo. Erano libri grandi e per lo più con foto a colori di pesci negli oceani. I suoi protagonisti erano un mondo bellissimo di colori e forme diverse, mentre quel blue era per me una droga, era intenso e non l’ho mai dimenticato. Mi piace andare in spiaggia a guardarlo tutt’ora, sentirne la voce, osservarlo nel suo movimento. Amo quel colore così intenso, amo la sua schiuma, amo la sua notte, amo vederlo accarezzare la terra con delicatezza, amo vederlo sbattersi quasi inutilmente sugli scogli. 

Guardare verso il suo orizzonte non ti fa pensare all’infinito?  Non ti pone le domande della vita che non avranno risposte? E non ti fa paura? È Una paura che affascina, che ti porta giù nel suo sordo e profondo blue. Quel blue che ti apre ogni malinconia, ogni nostalgia, quella delle lacrime che sanno a volte di disorientamento totale nei confronti della vita, a volte di abbandono e commozione.
Il mare mi apre lo sterno con feroce dolcezza.
Così, quando prendo la nave per attraversarlo, mi metto a poppa per respirare iodio, sentire il tipico profumo dell’umidità, già presente nelle città di mare e nella mia Sardegna, ad osservare quel mondo misterioso che si confonde col mio. Mi faccio divampare dalla paura, cerco il mio silenzio interno, mi sembra quasi di meditare e mi rilasso. Credo sia uno di quei momenti dove sento il mio respiro da dentro senza doverci pensare. La paura penso. 
Negli ultimi anni ho scelto di passare le mie vacanze prendendo la nave e la moto, da solo; suona un po’ vintage, ma nave e moto sono un mondo bellissimo, l’idea di caricare la mia Triumph come un asino è romantico e vederla con i borsoni mi rende felice. Mi è capitato di condividere questi viaggi con le persone, alcune volte facendo una parte del viaggio con me, altre volte incontrandole nel mio cammino. I momenti che ho condiviso con loro sono quelli che porterò dentro per sempre e quando incontrerò nuovamente i loro occhi, non potrò che rivivere quella sensazione di vita che mi hanno regalato. Forse sembra sdolcinato, ma mi pento di non averlo fatto prima. 
Il fatto di partire con un biglietto ponte o cabina non cambia e ogni volta che parto spero che il mare sia un po’ agitato, in modo da poterlo sentire, svegliarmi in mezzo alla notte, sentire i rumori della nave, sentirne il dondolio. 
Sentire. 
Sentire di partire e di scoprire. 
Sperare di arrivare. 
Ma se anche stavolta non dovessi arrivare dove mi aspettavo,
sarà sempre una buona scusa per ripartire.


sabato 7 dicembre 2019

Il Padre

Che poi, crescendo e affrontando incontri e separazioni, comprese quelle strazianti che lasciano solchi indelebili nell'anima e “che per tua natura attirerai”, rivaluti tutto. E quindi pensi ai tuoi che nella loro vita si sono innamorati e disainnamorati, amati e odiati e si sono straziati, magari un po' come me. Senza considerare che io non ho figli e nemmeno un matrimonio. 
La sensazione che i tuoi genitori ti debbano tutto penso sia un po' una cosa naturale per quanto riguarda la nostra società, ti poni la domanda del perchè di tanti comportamenti contrari a te in quanto loro figlio, ragioni un po' come da eterno bambino e affermi a te stesso che ti è dovuto, quando il mondo ti va contro, te lo devono.
Questa idea va contro al fatto che anche loro sono esseri umani, fatti di bug, errori emotivi, educativi che ho ereditato, che mi rendono parte di loro. A certe domande da figlio non troverò risposte, altre invece, non avrò il coraggio di porle.
Mio padre.
Qualche storia fa ho raccontato un episodio di quando ero più piccolo, dicendo che mio padre in quel momento aveva perso una parte di me. Anni dopo però recuperò facendo un gesto molto forte, per alcuni forse potrà sembrare scontato, ma per nulla per me.
Dopo la separazione io e mio fratello vivevamo con mia madre, erano passati ormai 6 anni, io avevo già 16 anni, mia madre nella ricostruzione e recupero del suo tempo ci teneva con se in casa tutti i giorni, eccetto quei weekend che ci divideva con nostro padre. Non credo accettasse l'idea di doverci tenere tutto quel tempo lei, era giustamente un tempo ingiusto, anche se mio padre pagava alimenti e partecipava alle spese, negli anni 90 comunque non ci viveva in casa, ormai viveva con la sua compagna e si gestiva il suo tempo e noi crescevamo. Così faceva anche mia madre aiutata dai nonni, la mancanza di una seconda figura come quella di mio padre iniziava a pesare nella convivenza, io iniziavo a non reggere più quelle lacune. Sono sempre stato innamorato di mio padre, era un uomo, era una figura forte e molto presente e si era fatto amare tanto, era silenziosa, voleva sembrare un uomo vissuto e sempre con una risposta pronta alle situazioni difficili della vita, anche se alcune cose magari erano buttate giusto per non lasciarmi con il vuoto, qualcosa se la inventava sempre, anche nell'incertezza riusciva a trasmettermi sicurezza. Per lui non esistevano indecisioni, più o meno programmava tutto, non amava le sorprese, i rischi, era sempre all'erta e pensava sempre al futuro. Mia madre era l'opposto, restava un po' più vaga nelle decisioni, meno sicura, forse più sincera, era un po' come dire: in qualche modo andrà, vivi ora, fai quello che senti. Io sono un mix tra i due, uscito male. Sono un po' come mio padre, ma poi subentra la parte di mia madre e mando tutto a puttane. E quindi un po' tengo e un po' rischio. Un po' ho paura di programmare troppo, un po' ho paura di non rischiare abbastanza, e viceversa.
Mi sono dilungato po', però a 16/17 anni mi mancava mio padre, litigavo con mia madre spesso e non riusciva a gestirmi, forse non le piaceva tanto che fossi così attaccato a mio padre, forse perchè non avevo dato molto peso alla separazione e non avevo preso parti, o forse perchè appunto, la responsabilità dei figli alla fine era per lo più sua e le tensioni in casa aumentavano. Stavo spesso fuori casa, cantavo in saletta con gli amici, non studiavo e frequentavo la sala giochi, composta per lo più da ragazzini disgraziati, bulli, ladri, gente del cazzo senza morale, anche loro con problemi in casa sicuramente più gravi dei miei, non mi piacevano. Mio fratello era ben viziato dai nonni , era più piccolo, più bello, più testardo e stava benissimo dove stava, ho sempre pensato fosse il preferito della parte materna, ma io ero più grande, avevo la lingua ed era più facile protestare per me quando si toccavano certi argomenti famigliari. Così espressi la mia richiesta di voler andare a vivere con mio padre a mia madre, che non si oppose.
Era dicembre, ero in macchina con mio padre, quel weekend toccava a lui.
“ Cosa vuoi per Natale?”
“Vorrei vivere con te...” risposi.
Non è stato per niente facile, mi tenevo sempre le cose dentro. Sopratutto quando la risposta era un potenziale rischio di delusione. Ma ero seriamente al limite e anche lui, una negazione mi avrebbe fatto allontanare fin non so dove.
Ci fu silenzio per un po' di secondi.
Mi fece alcune domande, gli spiegai che non reggevo più il clima in casa.
Si prese del tempo, poi parlò con mia madre.
Lui conviveva con un'altra donna, anche lei separata, non le pesava che una volta ogni due fossimo a casa di papà, era moderatamente affettuosa. Non credo siano tanti a pensare a quanto sia strano non poter dire di avere una casa propria nonostante tu sia il figlio di qualcuno, sei figlio di separati: vado a casa di mio padre, vado a casa di mia madre. Tutto quello che è loro è tuo in teoria, la casa è un rifugio che dovrebbe accoglierti e darti sicurezza, dove non devi chiedere il permesso, invece non riuscivo a pensare di avere una casa mia. VADO A CASA MIA, non era una cosa che sentivo di poter dire. L'idea di disturbare è stata una caratteristica determinante nel mio carattere (forse lo è ancora).
Per mio padre non fu semplice prendere la decisione con delicatezza, la sua compagna non ci voleva, si stava facendo una vita nuova e non aveva considerato di poter vivere con due figli non suoi che avrebbero invaso i suoi spazi e la sua nuova vita con mio padre. Il suo investimento di vita iniziava ad avere delle falle.
Mio padre non mi nascose la situazione, però per il suo dovere di padre, per la sua figura di uomo responsabile, non poteva negarmi quel desiderio. Così andammo con mio fratello a casa sua, ci trasferimmo.
Non ricordo il momento che ho fatto le valige, che ho chiuso la porta della casa della mia crescita, non ricordo come ho salutato mia madre, si dice che quando hai dei buchi di memoria di alcuni eventi importanti, forse questi sono stati dei traumi che la mente ha oscurato, seppellito, quei dolori che è meglio non voler rivivere. Così ho dimenticato quel momento.
La compagna di mio padre visse con noi per qualche breve periodo, non sapevo bene cosa stesse succedendo, ricordo però che una mattina mentre facevamo colazione io e lei, arrivò mio padre con la sua tazza di caffè, si sedette e appoggiò con decisione un pezzo di carta rettangolare sul tavolo. Era un assegno. Il tempo divenne sordo, mio padre non aprì bocca, con serietà non guardò in faccia nessuno dei due, sorseggiò il suo caffè, nemmeno lei disse nulla, restai a fissare quel pezzo di carta con una discreta somma in lire con le mani sotto al tavolo. Lei lo prese, si alzò e se ne andò. Restammo in silenzio e non la vidi più, dimenticai anche le emozioni successive credo.
In poche parole lei gli pose una scelta: o lei o noi (con risarcimento). Così mio padre scelse.
Le diede un risarcimento “danni”, una parte per qualche spesa che sicuramente aveva contribuito in casa, e gli altri per quelli morali. Mio padre scelse noi, può sembrare scontato, ma in realtà non ci pensò poi tanto, i suoi figli avevano bisogno di un padre più presente, trovandosi a un bivio, con una relazione avviata, in pochi mesi sconvolse la sua vita.
Adesso me lo immagino nei suoi 46 anni di quel periodo, con gli anni che passano veloci, con il letto vuoto per la seconda volta, il conto in banca svuotato, con la sua rabbia per non essere stato capito da una donna che avrebbe preferito stare accanto a un uomo che avrebbe abbandonato i propri figli, me lo vedo con qualcosa di inaspettato da dover affrontare, qualcosa che fino ad allora, per diversi anni, era spettato alla madre, come educazione, trasporti, spesa, preoccupazioni, spazi. Vita... cucina. Si la cucina fu un problema all'inizio.
C'è da dire che in cucina mia madre era ed è un drago, mio padre era un dramma. Nel primo anno di separazione quando stavamo con lui andava avanti e ci cucinava scatolette, uova e pasta al tonno. Successivamente, abitando con lui poi migliorò, cercava di fare le lasagne al forno, dove una teglia pesava 12 kg e la sfoglia superiore era nera, dura e croccante come un pacchero crudo. Adesso si può dire che sia quasi chef!


lunedì 11 novembre 2019

Come sarebbe se ci dessimo un solo bacio?

Come sarebbe se conoscendoci e piacendoci subito, ci dessimo un solo bacio con un appuntamento a 7 giorni?
Passeremo i primi 7 giorni a desiderare di baciarci di nuovo? 
Come sarebbe se dopo 7 giorni ci baciassimo di nuovo e iniziassimo a scriverci un solo messaggio al giorno con l’appuntamento a 7 giorni? 
Quanto vorremmo parlare di quei due baci e della voglia di toccarci? 
Come sarebbe se dopo 7 giorni dal secondo bacio ci potessimo abbracciare e baciare di nuovo, ancora una sola volta ? 
Come sarebbe se anziché bruciare le tappe le innaffiassimo di febbre e ci spogliassimo come margherite petalo dopo petalo? 
Quel desiderio costante che muta in affetto, che forse diventa compatibilità e che magari si trasforma in amore, 
dove le labbra sono una droga, 
la bocca un dissetarsi infinito 
e toccarsi un incastro perfetto.
Sento ( mi sento ) che siamo diventati precoci e veloci. 
Accade che otteniamo tutto e subito. 
Siamo per lo più carnali, dei piccoli Dracula inesperti, idealizzatori seriali 
e non diamo più al Tempo, il tempo di conoscere i piccoli difetti che ci rendono imperfetti tanto da diventare le caratteristiche uniche della nostra perfezione, 
agli occhi di chi guarderemo una volta ancora per chissà quanto poco tempo.
Sergio Calafiura