lunedì 11 gennaio 2021

"Se"

 Lotta e rinnovati per quello che hai costruito,


per quello che nessuno ti ha regalato,

per quello in cui hai creduto

e non cadere sul "forse era meglio se facevo..."

A cosa serve buttarsi nei "se

e rinnegare quello che ti ha dato la forza di costruire?

O ripensare alle situazioni di comodo

che hai voluto evitare in passato!

Se sono state evitate consapevolmente

forse si aveva ragione.







mercoledì 11 novembre 2020

Uccidere i sognatori


Se togliete le passioni, uccidete i sogni, 
i sogni sono dei sognatori,
i sognatori sono quelli che portano altri a sognare, 
i sognatori creano da dentro senza un secondo fine. 
I sognatori sono quei bambini, quelli con i sorrisi, 
che quando crescono restano bambini 
e ti ricordano che anche tu 
sei stato un bambino con i sogni
... e il cuore respira,
il tuo sorriso torna quello di allora, 
per un attimo ti accorgi che vivi, non che sopravvivi. 
Io voglio continuare a essere uno dei motivi di quel sorriso, 
uno dei motivi di quel sogno.
Parole da chi sogna.




lunedì 17 agosto 2020

Questione di prospettiva

 La mia prospettiva nei confronti dell’innamoramento è cambiata relativamente da poco. Prima mi innamoravo, volevo farlo. Quindi subentrava una certa percentualità, alta, di irresponsabilità. Una sorta di kamikaze giapponese della seconda guerra mondiale: in picchiata! 

Un po’ come dire che se mi piaci, ci dobbiamo innamorare, quindi chiudo un occhio lì e mollo un po’ le sensazioni negative. 

Cercavo di non riflettere sul fatto che venivo attratto sempre da una tipologia di donna con dei lineamenti caratteriali non proprio fluidi ai miei. Quindi cosa succedeva? si cadeva, si cadeva male.

Mi attaccavo a una mia logica, per cercare di mettere una pezza in una bacinella che in realtà nascondeva ben altri buchi che prima o poi si sarebbero aperti, magari tutti insieme (probabilmente perché i buchi ad un certo punto erano tutti miei).

È un volersi male, un non lasciarsi andare, trattenere l’idea di fallire. 

In amore non c’è fallimento, si cresce e si lascia andare. La “convivenza” è un accettarsi, là dove si può, ma non per forza, dove l’armonia e la complicità fanno da madre terra, da casa, da equilibrio. Quando si litiga, sai che è un litigio, che ti incazzi e che domani o dopo hai già fatto pace, a volte basta una boccata d’aria e una stretta di mignolo. Si sa, sono dinamiche che hanno bisogno del loro tempo per essere capite.

Spesso il problema di quando chiudi una storia è che  senti che stai solo. Vero? Magari accade solo da una parte dei due ... non hai più quelle chiamate, quelle domande, quelle attenzioni e confronti. Non ci si dovrebbe sentire così abbandonati, perché noi ci dovremmo bastare... così si dice.

Bè anche quello è “amore”, ci si lega in una routine di “confort” sana, che ti culla, ti da una sicurezza, ti supporta e che di botto o lentamente si allenta. E lo senti, come due mani che mollano piano la presa, magari uno dei due si volta di spalle e tu lo senti. E dopo un po’ molli anche tu, distratto, con le braccia ancora un po’ tese per poi ritirarle del tutto.


Però...dopotutto...l’importante è avere ancora un orizzonte da guardare e da camminare.

martedì 7 aprile 2020

The Night We Met

L’artista. È una parola così semplice che faccio realmente fatica a dargli una collocazione semplice. L’artista ai tempi nostri è colui che fa parte di un settore artistico che ricrea arte (un ballerino che ricrea delle performance, magari non sue. Un orchestra che esegue i brani di Mozart. I musicisti che fanno cover).
Oppure sei artista quando crei tu. Mah...
Nella nostra era tra vedere e non vedere (e guadagnare qualcosa in più e per far mangiare anche l’anima) è meglio avere entrambe le forme forse.
In qualche modo si deve vomitare qualcosa di noi senza per forza ferire qualcuno o noi stessi.
Si potrebbe definire l’arte del vomitare. Credo di averla imparata.
Che è quel momento dove prendi contatto nuovamente con il tuo silenzio e che un po’ non te ne accorgi ...e piano piano inizi a vedere oltre quello che i tuoi occhi vedono. Ricordo quando è successo. Ero a Seattle nel 2013, era passato quasi il primo mese e avevo finito i miei lavori come vocal coach, ma avevo deciso di restare altri due mesi lì, con un inglese impossibile da usare per lunghe conversazioni e molto tempo libero da passare in città. È stato un po’ come passare dallo stato di vegetale a qualche altro stato più cosciente. E quindi dopo un po’ che sei seduto sul pontile del porto di Seattle (“sitting on the dock of the bay 🎶...) magari arriva la domanda: ma dove cazzo ero prima? E perché ?
Intanto il mondo gira, il tempo passa, la vita scorre. Ci si tocca, ci sbattiamo addosso per sanguinare, ci stringiamo forte per farci male, poi dopo nemmeno ci sfioriamo più, non ci vediamo più, o riconosciamo più.
Cosa c’entra l’artista? (Lo so, sono disordinato).
È bello scrivere, ogni tanto io lo faccio. Scrivo storie, storie vere, le mie, anche canzoni, che ho vomitato effettivamente. Però è bello quando il destino ti insegue, o quando il caso vuole dirti che giusto il caso non esiste.
Una canzone distrattamente passava alla radio qualche anno fa, io nemmeno la ricordavo, una canzone che ha segnato i ricordi di un momento non proprio felice, quella canzone mi è stata “assegnata” sempre per caso, un po’ come testimone di quel momento. Il caso ha voluto ricordarmi che quando decidiamo di vivere di arte, il più delle volte dobbiamo rappresentare o essere i testimoni di storie che magari sono anche le nostre, che forse non ci hanno ancora lasciato o forse non lo faranno mai, ma va bene anche così. Oppure ci stanno lasciando in quel momento, il momento di quando capisci che hai finito di vomitare.
https://www.youtube.com/watch?v=3Li9B6dyu8g&t=20s

mercoledì 1 gennaio 2020

Quando si spengono i sorrisi

Si spengono i sorrisi
Quando non sopporti una persona
Perché sai che ha qualcosa che vorresti

Si spengono i sorrisi
Quando il posto più bello del mondo
È il posto dove non vorresti stare

Si spengono i sorrisi
Quando mi volti le spalle dopo le feste
E sai che non hai ancora le palle

Si spengono i sorrisi
Quando l’amore resta un’altare
Di idee vissute virtualmente

Si spengono i sorrisi
Quando l’amicizia è un giro 
Sulle maschere del giorno 

Si spengono i sorrisi
Quando i ricordi più belli
Sono le catene del tuo presente

Si spengono i sorrisi
Quando sai che andremo via tutti
E questo è l’unico tempo che abbiamo 

Per sprecarlo odiandoci.

domenica 22 dicembre 2019

Come la musica sott'acqua

Ci sono 3 momenti dove riesco a vivermi la passione per la musica.
Il primo è quando metto la musica che mi fa ascoltare le parole, che mi disegna dentro qualcosa che ho conosciuto o qualcosa che vorrei fosse così come lo sento. Metto play, spingo un pò le basse frequenze dal mixer, mi metto la faccia di fronte alle casse e chiudo e apro gli occhi. Sento come un blocco emotivo che mi accorcia il respiro e nel mentre la musica disegna, disegna, e disegna ancora. Qualche volta disegna il dolore, altre volte disegna la bellezza. Mi rende umano.
Qualche volta odio la musica. 
La seconda è bellissima.
Capita durante i concerti un momento dove realizzo che tutti quegli strumenti rumorosi tessono strutture armoniche e melodiche, creando un supporto l’uno con gli altri dove potersi immergere. Un legame. La musica quando si esprime in me perde i confini fisici e non succede spesso. Quando sento questo mi volto dai miei compagni mentre suonano e li guardo ad uno ad uno e penso di sentirmi in mezzo a questa densità astratta, che sono un elemento musicale e quello è il momento più felice dove godo di questo scambio. La musica è uno scambio, non la considero la mia vita. Come potrei?! Fa parte della mia vita, non salva vite. Leggo spesso e sento spesso dire: la musica per me è tutto, la musica è la mia vita. Dirò una cosa presuntuosa, ma non ci credo, sono parole superficiali. Se proprio devo dirla tutta, la musica ha la capacità di renderti molto triste, tutt’altro che salvarti. No? Di affondare la lama dove non dovrebbe, magari si è pure consapevoli di questo e lo ricerchiamo. Ho avuto un amico che ha fatto della musica la sua culla per la sua morte. La musica fa parte della mia vita, una bellissima parte, perché mi ha dato amici, colleghi, momenti di scambio, un lavoro, immagini e parole e molte gratificazioni. La musica fa parte di noi, ma non è tutto. Lo penso fermamente. Muove, muove tanta roba, ma mi prendo la responsabilità di affermare che a salvarmi sono sempre stato io, non l’ho fatto pensando alla musica, ti assicuro che è l’ultima cosa che pensi, se ti ricordi a cosa hai pensato.
Il terzo.
Sono all’ultima canzone, non ho più le parole da cantare stasera, per stanotte ho finito la mia voce per voi, per te, penso.
 Lascio spazio ai musicisti che eseguono gli ultimi colpi per arrivare alla chiusura. Anche quello è un momento particolare, è un mix tra il primo e il secondo momento. 
Il primo perché è finito, dovrò “scendere dal mio piedistallo” di sicurezza e serenità e affrontare il mondo che mi circonda, che magari mi stima, quello che non mi sopporta, che spegne il sorriso non appena mi volto, quella parte che vorrebbe qualcosa di più, parole, voce, contatto, il mondo dei pensieri buoni o cattivi. 
Il secondo perché è divertente, suono con belle persone, spesso capita di fare la musica di quando ero piccolo, i miei musicisti sono quasi sempre dei professionisti e mi sento fortunato. 
Quando si arriva quasi alla fine qualche volta mi abbasso sulle ginocchia o mi siedo. In genere uso delle cuffie (in-ear monitor) per sentire tutto quello che succede nel palco, sono molto isolanti e quando mi abbasso butto giù l’adrenalina, perchè alla fine cerco di dare tutto, vorrei essere stremato, sudato, voglio essere stanco. 
Aspetto che il cuore abbassi il suo battito e sposto il cursore del volume della mia cuffia a zero. Non sento quasi più nulla. Non importa quanta gente ci sia, ma è tutto sordo, l'unico suono che si sente è quello della batteria come se fosse chiusa dentro 100 scatole. Mi piace quella sordità, isola. Puoi guardare tutto e tutti come se fosse tutto in silenzio o sott’acqua, il mondo fuori ride, si muove, parla, sbatte le mani, io non sento quasi nulla, ma sento me in mezzo a tutti. 



mercoledì 18 dicembre 2019

Profondo Blue

Mi piace molto stare in nave, sarà che mi piace guardare come vive il mare. 
Mi ricordo che da piccolo piccolo quando vivevo ancora a Castiadas, in casa avevamo un’enciclopedia della vita nel mondo degli oceani, credo di mio padre, amante del mare e della pesca. Non so quante volte io abbia aperto da solo quei tomi veramente pesanti per un bambino di 5 anni, pagine grosse senza pensare al risparmio, erano senza dubbio degli anni 70.
Quando sfogliavo quei pezzi di carta spessa, si apriva anche il profumo di quei vecchi grossi fogli. Il colore che persisteva in tutte le pagine era il blue profondo. Erano libri grandi e per lo più con foto a colori di pesci negli oceani. I suoi protagonisti erano un mondo bellissimo di colori e forme diverse, mentre quel blue era per me una droga, era intenso e non l’ho mai dimenticato. Mi piace andare in spiaggia a guardarlo tutt’ora, sentirne la voce, osservarlo nel suo movimento. Amo quel colore così intenso, amo la sua schiuma, amo la sua notte, amo vederlo accarezzare la terra con delicatezza, amo vederlo sbattersi quasi inutilmente sugli scogli. 

Guardare verso il suo orizzonte non ti fa pensare all’infinito?  Non ti pone le domande della vita che non avranno risposte? E non ti fa paura? È Una paura che affascina, che ti porta giù nel suo sordo e profondo blue. Quel blue che ti apre ogni malinconia, ogni nostalgia, quella delle lacrime che sanno a volte di disorientamento totale nei confronti della vita, a volte di abbandono e commozione.
Il mare mi apre lo sterno con feroce dolcezza.
Così, quando prendo la nave per attraversarlo, mi metto a poppa per respirare iodio, sentire il tipico profumo dell’umidità, già presente nelle città di mare e nella mia Sardegna, ad osservare quel mondo misterioso che si confonde col mio. Mi faccio divampare dalla paura, cerco il mio silenzio interno, mi sembra quasi di meditare e mi rilasso. Credo sia uno di quei momenti dove sento il mio respiro da dentro senza doverci pensare. La paura penso. 
Negli ultimi anni ho scelto di passare le mie vacanze prendendo la nave e la moto, da solo; suona un po’ vintage, ma nave e moto sono un mondo bellissimo, l’idea di caricare la mia Triumph come un asino è romantico e vederla con i borsoni mi rende felice. Mi è capitato di condividere questi viaggi con le persone, alcune volte facendo una parte del viaggio con me, altre volte incontrandole nel mio cammino. I momenti che ho condiviso con loro sono quelli che porterò dentro per sempre e quando incontrerò nuovamente i loro occhi, non potrò che rivivere quella sensazione di vita che mi hanno regalato. Forse sembra sdolcinato, ma mi pento di non averlo fatto prima. 
Il fatto di partire con un biglietto ponte o cabina non cambia e ogni volta che parto spero che il mare sia un po’ agitato, in modo da poterlo sentire, svegliarmi in mezzo alla notte, sentire i rumori della nave, sentirne il dondolio. 
Sentire. 
Sentire di partire e di scoprire. 
Sperare di arrivare. 
Ma se anche stavolta non dovessi arrivare dove mi aspettavo,
sarà sempre una buona scusa per ripartire.